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27-06-2019

Italia Nostra Faenza sulla vendita delle “case manfrediane”

La notizia della vendita delle cosiddette “case manfrediane”, che così ci ostiniamo a chiamare per rispetto alle vicende storiche e all’età dell’edificio nonché ai proprietari, in età rinascimentale appartenenti comunque all’entourage dei Manfredi, anziché suscitare soddisfazione non può che creare imbarazzo oltre che una ulteriore presa d’atto della situazione della città.

Acquisito al patrimonio pubblico dopo anni di tentativi senza successo, esercitando il diritto di prelazione in occasione della vendita, allo scopo soprattutto di un ampliamento del complesso della Biblioteca e comunque per una destinazione culturale, come è noto l’edificio fu lasciato per anni in stato di degrado talmente preoccupante da far giungere da parte della Amministrazione Comunale alla decisione drastica della vendita anziché di una più cauta messa in sicurezza in attesa di tempi migliori. Resta però da vedere se sbarazzarsi del problema equivale a risolvere il problema più ampio di una difficoltà a mettere in campo un progetto per la città frutto di una politica di ampie vedute che sia in grado di valutare priorità e soluzioni ben oltre il ristretto tempo della scadenza dei mandati, poiché frutto di una discussione e di una condivisione negli ambienti e organismi più attenti della società civile locale.

Quando viene chiesta un’autorizzazione a superare il vincolo di una destinazione pubblica per una privata, la comunità viene privata della possibilità di usufruire di un bene comune che è comunque una delle eccellenze storiche e architettoniche della città; appartamenti e uffici e comunque la destinazione residenziale finiscono per essere scarsamente compatibili con quella singolare stratificazione della storia che è documentata dalle “case manfrediane”. Anche se nei secoli l’edificio ebbe una destinazione privata, è la storia a consegnarla alla città: si pensi ai resti delle parti quattro-cinquecentesche, di cui oggi è solo intuibile l’importanza, come la loggetta sul cortile, colonne, capitelli, le pregevoli decorazioni in cotto, i soffitti cassettonati e decorati, soprattutto la grande sala su via Comandini che dovrà essere riportata allo spazio originale e liberata dai controsoffitti per mettere in luce quel fregio dipinto alla sommità delle pareti che dovrebbe essere una rarissima testimonianza di pittura profana di età rinascimentale a Faenza e di cui peraltro era già a conoscenza Golfieri fin dal dopoguerra. Si pensi alle testimonianze successive databili all’epoca delle ultime proprietà, i Caldesi soprattutto, che documentano più che l’importanza dell’intervento di Felice Giani, di cui oggi restano solo quattro piccole reliquie (tre allegorie delle Stagioni e una della Pace datata 1820) la relazione tra lo scenografo Clemente Caldesi, Giani e Pietro Piani cui può essere attribuita la serie degli ornati floreali nella volta che ha al centro una piccola Latona di Giani, e ancora le scenografie parietali del Caldesi e gli interventi dei decoratori della scuola faentina del secondo quarto dell’ottocento.

Con l’amarezza della presa d’atto, sottolineando la responsabilità di chi metterà mano a un complesso di tale importanza per consegnarlo ai privati, val la pena comunque di ricordare che può essere tenuto in considerazione un ottimo strumento di indagine eseguito a scopo di studio da un professionista faentino in occasione di una tesi di laurea in restauro architettonico.

Italia Nostra – Sezione di Faenza

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